sabato 20 luglio 2019

Alla Ricerca

 Alla ricerca di Agata


“Alla ricerca di Agata” fa parte di una trilogia sul “tempo”, non è una saga.
“Racconto Gotico”, nella mia testa, ha tre versione e due finali alternativi. Una versione vedeva Alice cercare James lungo i sotterranei del castello, un'altra raccontava la vera storia di Alice e James nel “mondo reale”, un'altra ancora era una parodia di “Racconto Gotico”.

Ho amato, e odiato, così tanto “Racconto Gotico”, che, quando iniziai a scrivere “Alla ricerca di Agata”, non riuscivo a non pensare a James e Alice.

“Racconto Gotico” l'ho scritto praticamente in tre giorni. Non sapevo come si sarebbero comportati i personaggi. Il famoso “colpo di scena”, che è piaciuto molto ai lettori, è nato dopo aver pronunciato: “Non va bene, è tutto da rifare!”
Il “tutto da rifare” è la chiave del romanzo. Sono una fan di M. Night Shyamalan, mi piacciono i colpi di scena.

“Alla ricerca di Agata” è stato difficile da terminare. A metà racconto conoscevo il finale. Non mi sono divertita come con “Racconto gotico” o “Luci e ombre - la grande mappa dell'immaginazione”, ciononostante è una mia creatura. Conosco a memoria l'inizio di “Racconto Gotico”, il “nevicava da giorni e spostarsi con i mezzi pubblici...” è diventato una burla tra me e Stefano.

Mi sono sempre divertita, e non perché sia un'intellettuale, anzi, a seminare indizi nei miei scritti (post, poesie, racconti... ora libri). Ho da poco letto che “è poco carino” leggere “nomi sconosciuti” sui racconti, è da snob vantarsi della propria cultura. A me piace trasmettere e soprattutto imparare. Penso e ci credo pure, che gli Hawthorne o le Elgee, per citare alcuni scrittori che appaiono sui miei libri, non facciano male all'ego altrui, anzi. E non è nel mio interesse offendere o millantare. 

Torno alla mia vera natura: i racconti. Il prossimo libro si chiamerà 12. Il titolo è l'unica certezza.



 Racconto Gotico


Nevicava da giorni e spostarsi con i mezzi pubblici era un problema, soprattutto per me che non guidavo la macchina. A dire il vero c'era una vecchia corriera che attraversava Borgo e i dintorni.
Il paese era situato ai piedi della montagna, in un silenzio quasi spettrale. Il tempo era stato inghiottito dalle case, che conservavano ancora il sapore del passato, di storie nascoste tra intrecci di corti e cunicoli. In certi momenti, chiudendo gli occhi, percepivo la memoria delle cose lontane, la vita scandita dalle stagioni. Dove secoli prima i pellegrini e i mercanti camminavano su strade selciate, attraversando portici e viuzze strette.

Da “Racconto Gotico”

La città era ancora assonata, arrotolata nelle sue coperte di cemento e alberi. Iniziò a nevicare, minuscoli frammenti bianchi scendevano dal cielo, ondeggiavano come moscerini. Malgrado mi piacesse la neve e l'avessi descritta più volte nei miei racconti, quella mattina non provai nessuna gioia. Avrei passato l’intero pomeriggio in una sala, per presentare la terza edizione del mio libro “Canto d’inverno”, ossia lo splendore della bruttura, come lo avevano definito i critici. Sì, “Canto d’inverno” era un best seller, e io, Isotta Giovenale, ero la Tommy Wiseau della letteratura. I critici, senza utilizzare mezzi termini, consideravano “Canto d’inverno” spazzatura, eppure le persone continuavano a comprarlo, era stato tradotto in più lingue e si profilava nell’aria addirittura un film. Dovevo prendere un treno e andare nei pressi di Chiusa, il mio agente aveva programmato l’intera settimana in Alto Adige, dato che la vicenda si articolava in quelle zone. C’era perfino un tour in cui un turista distratto o un fan del romanzo veniva catapultato in atmosfere incantate, tra borghi antichi, angoli pregni di mistero, sentieri di montagna e, ciliegina sulla torta, castelli secolari. Insomma il tour guidato era uno specchietto per le allodole, fatto su misura per i sognatori, in fondo si trattava di questo. Ogni elemento rimandava ai protagonisti del romanzo, Douglas e Agata, e al loro eterno amore.

Da “Alla ricerca di Agata”

***

Non sono mai stata brava a “scrivere”. Le parole si gonfiano e si sgonfiano a seconda dell'umore. Il mio. Sì, dinanzi ad uno schermo, qualcosa esce sempre. Ho le dita lunghe, sono una dattilografa discreta, scrivo velocemente. Troppo velocemente.

Frequento la rete da 20 anni. Alcuni post, rileggendoli, sono una meraviglia, altri, invece, non respirano. Sono morti ancor prima di venire al mondo. Ho sempre incolpato la mia natura. Incerta.

Mio padre era un collezionista: francobolli, monete, schede telefoniche, cartoline, figurine, libri. In parte ho preso da lui.
Sono cresciuta tra i libri. I miei avevano una collana edizione BUR, dalla copertina rossa. Trecento volumi ingialliti, che oggi sarebbero in voga al macero. Insomma, per farla breve, mia madre me li faceva spolverare.

Ed ecco “Il capitano Singleton” accompagnato da “Il monaco nero” , “La signora Bovary” disperarsi nella sua “Camera con vista” e “Il guardiano del faro” sognare “La certosa di Parma”. Quei trecento volumi oggi sono con me.

Ho sempre letto: riviste, giornali, saggi, biografie, racconti, enciclopedie. Cercavo sui libri la vita: Wilde, Byron, Marilyn Monroe, Billy the Kid .

Tuttavia, mi infastidisco quando qualcuno cinguetta che i libri sono migliori delle pellicole. Seguendo questo ragionamento (profondamente sbagliato) dovremmo buttare via: “Il grande Gatsby”, “I ponti di Madison County”, “Via col vento”, “La mia Africa”, “Passaggio in India”, “Animali notturni”, “It”, “Old Boy” (versione coreana), “Into the wild”...

Ho sempre pensato all'arte come ad un OCEANO. Immenso.

Il saggio “Luci e ombre”, a cui ho cambiato titolo almeno 20 volte, nasce da un gioco: sei gradi di separazione.

La storiella che racconto spesso è la seguente: in quinta superiore portai come tesina Yukio Mishima grazie al film Merry Xmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima. Le musiche del film erano state scritte da Ryuichi Sakamoto, e la canzone “Forbidden colours”, cantata da David Sylvian, prendeva spunto dal libro “Colori proibiti” di Yukio Mishima. Et voilà.

Insomma, il saggio nasce da un gioco, un gioco che ho tentato (“tentato” è la chiave) di fare anche in rete. Ho preso tre libri, li ho spediti a tre persone diverse.

La regola era semplice:

Caro lettore,
il libro che hai tra le mani fa parte di un piccolo esperimento, chiamalo gioco. Potrai lasciare: commenti, appunti, sottolineature. Lascia un segno del tuo passaggio!
Troverai un foglio dove scriverai il tuo nome, così saprò quante persone hanno avuto tra le mani questo libro.
Una volta terminato il gioco, il libro tornerà a me...

***
 Luci e ombre


Quando si visitano antiche vestigia si percepisce il cuore sotto la corazza. Non importa se ci troviamo dinanzi a vecchie carcasse simili a scheletri di dinosauri, riusciamo ancora ad avvertirne il battito. Lento. Sentiamo l'aroma, il profumo inebriante o l'odore acre della storia. Un passato impregnato di saccheggi, battaglie, cavalieri, anime erranti, reliquie, vite nei campi, malattie, carestie e leggende. Strati di patina celano la parte infantile della nostra coscienza, il gusto del magnifico, di quando il nostro pianeta era in balia di idre, sirene, draghi, grifoni e piante misteriose. Nonostante la storia ci abbia mostrato il lato oscuro dell'animo umano, la stessa storia ci ha donato racconti straordinari, preziosi tasselli di una mappa scritta nel linguaggio universale dell'immaginazione e del coraggio. Laddove l'ignoranza segnò il fato di creature innocenti, le tradizioni donarono poemi, incanti, raffigurazioni magiche di altri mondi...

Da "Luci e ombre - la grande mappa dell'immaginazione"

***

La versione cartacea arriverà in agosto...

sabato 15 giugno 2019

Anaal nathrakh, urth vas bethud, dokhjel djenve

Scrivere è come il respiro del bosco. Non ne puoi fare a meno. E' un flusso continuo.
Le persone non lo sanno, ma tutti prima o poi si trovano dinanzi ad una storia. Privata, personale, viscerale, profonda.
A me piace osservare. Scrutare i movimenti altrui. Guardare l'orizzonte con un microscopio. Se ci pensate le nuvole sono composte da minuscole particelle d'acqua e ogni particella è costituita da due atomi di idrogeno legati ad un atomo di ossigeno con legame covalente polare. In chimica un legame covalente polare si forma tra atomi che hanno un alto valore di elettronegatività, in poche parole tra atomi non metallici. Adesso, se dovessi inventare una storia, una qualsiasi, farei litigare gli atomi o semplicemente discorrerei del tessuto che compone le nubi: ossa di bambagia e polvere cristallizzata.
Sì, ogni persona ha una storia da narrare, e che sia comune, pubblica, banale, leggera non importa.
I libri custodiscono i pensieri del mondo. Ci fanno piangere, ridere, pensare, sognare. Non sono di bocca buona, sebbene le mie storie, pubblicate o non, siano più "leggere" dei miei gusti. Così sopra le righe. Quindi, al di là dell'oggettività, mi piace la scrittura schietta, quella che parla senza battere le ciglia.




Parlo con gli alberi, ascolto l'usignolo notturno, corro dietro alle zigene e parlotto tra me e me di etimologie e morfologie. Ed è così che creo un racconto, uno qualsiasi. Dentro di me. Talvolta vorrei tornare indietro e rifare tutto. Comprendere il significato, qualsiasi significato. Poi, mi dico che tutto scorre anche senza sapere il perché.

Mi piacciono le fotografie piccine, le case ordinate, il profumo che ha la biancheria appena lavata. Oggi si parlerebbe di aromaterapia. Tuttavia penso che i libri, i paesi e i racconti ci colpiscano in modo differente.

Conosco persone che amano certi luoghi per i Dolmen, i Cromlech, i Menhir e le leggende, altre, come me, per il respiro del drago. 

Conosco persone a cui piacciono le corone. Le indossano e cianciano di qualsiasi cosa, basta che se ne parli o ne se ne parli affatto. Altre, come me, preferiscono i margini, i confini, i lati, gli angoli. I rifugi, le tane, i piani B, i pori, le finestre.

E poi basterebbe osservare la gente, in rete e fuori dalla rete, per comprendere il loro, piccolo, grande universo, fatto di: scelte, candele bianche, vocaboli, libri, pellicole, immagini, ricerche e, spesso, rincorse. C'è chi urla, chi narra, chi sorride, chi salta, chi gioca, chi si giustifica e chi fa all'amore con le parole. Il mondo è colmo di ossimori. Nello spiegare il come e il perché, le anime semplici, che contengono spiriti complessi, si sottomettono all'idea generale del gruppo. E quindi il nord diventa la terra di qualche mitologia cosmica e l'estate un mantra da evitare: pelle bianca, afa, sudore, pressione bassa, ghiacciai, condizionatori e tante belle cose... però "salviamo le api!" Già visto.
La via di mezzo la intravedo di rado, tuttavia continuano a piacermi le parole altrui, quelle in cui mi ci ritrovo sebbene mi adatti a tutte le temperature, adori Edgar Allan Poe e tifi per Jean Eyre e Anne of Green Gables.
Non Amo "Il grande Gatsby" perché racconta la storia sfortunata di un uomo e una donna, amo John Gatsby perché: è imperfetto, è solo, è un Don Chisciotte e mi somiglia. E sì, mi piace parlare d'amore.

Mi ritrovo nel post di Tatiana

Non è colpa mia se sono perennemente seccata. 
E' che il 99% delle persone umane sono stereotipi vestiti da "qualcuno" e io mi annoio.
A me piacciono i Matti, i Veri, quelli "gentili che vengon presi per scemi ed ingenui o prese per gatte morte", gli svampiti, gli stralunati, gli eccentrici, i sognatori disillusi e non i romantici da diabete subito (e stroncami per favore!).
Insomma gli schietti, che camminano su un filo come funamboli.
I cuori infranti e "mai più mi innamorerò".
Quelli che l'orrore vero è sull'autobus o sulla metro tra puzza di piscio e sudore e odore di kebab con le cipolle alle sei di mattina perché ognuno ha diritto a una vita dignitosa, a un momento di pace che Pace non è.
Quelli che s'addormentano sfiniti in metro.
Quelli che sorridono ai cani, specie se randagi (come loro, probabilmente).
Quelli fuori tempo che ascoltano ancora il growl e con 60° all'ombra e una umidità che ti fa venire le branchie ma hanno su la maglietta dei "Cannibal Corpse": N E R A (!).
E quei cazzo di piedi che friggono negli anfibi...
Quelli estasiati dall'odore del gelsomino (dopo l'inferno subumano di ascelle pelose e non lavate tra la folla di Roma).
Quelli che hanno sempre un libro in borsa o nel borsello o nello zainetto.
Quelle e quelli che fanno le cassiere, a giugno quasi finito, e sorridono quando mi vedono e facciamo caciara perché sì, perché fa caldo, perché vaffanculo la fila e non siamo qui "solo per servirvi!".
E poi mi piacciono le gattare, le canare e anche le versioni maschili.
E i punkabbestia e ci ho preso una birra giusto l'altro ieri.
E i sopravvisuti.
E le donne senza tette che se le fanno ricostruire perché "vaffanculo il tumore" (Daje, Gabriella!).
Le femministe che si depilano.
Le accademiche e gli accademici che oggi non vanno a lezione perché devono andare a fare la maratonina coi bimbi affetti da leucemia e si prendono malattia.
I controllori che "te stai peggio di me e oggi niente multa".
Insomma, quelli con la rogna.
La rogna è democratica.
Te la passi, la condividi.

Altro che Facebook.
Per questo, oggi sono seccata appena appena un pochino di meno, vah.
E Cià.
Ah, e quelli che scrivono di getto, tipo me, qualunque cazzata gli passi per la mente.
 Tatiana



E vorrei avere la bellezza di una Laura o di una Rossella. 



* La tua libreria segue un criterio, o i libri sono in ordine sparso?

In ordine sparso, piacevolmente confuso e a effetto arcobaleno, con qualche eccezione. Alcuni libri sono vicini perché parlano dello stesso argomento, ma avendone tanti sono raggruppati su scaffali diversi. Altri libri, dato che fanno parte della stessa casa editrice – ne ho molti – sono invece quasi tutti vicini. Ma la maggior parte sono sparsi e senza un senso apparente. So dove sono e dove trovarli quando li cerco, e questo mi basta.

Laura



... E' in ogni corolla, in ogni conchiglia, in ogni goccia di pioggia, in ogni animaletto del bosco, in ogni pietra e in ogni radice, in ogni mela succosa. E' nel movimento. E' in una luce. È in una mano nella tua...
Rossella


Io? Sono una con la rogna, ma sorridente come le commesse di Tatiana.
Tuttavia, sono pur sempre una sopravvissuta.  
I miei racconti, in fondo, a ben guardare, sono malinconici, come mio nonno prima di me.


... Mentre avanzavo, il cuore iniziò a battere forte. Non avevo punti di riferimento, ero un tutt'uno con il labirinto, mi concedevo a lui e lui si concedeva a me. I battiti dentro al petto si attenuarono. Arrivata al centro del dedalo, mi ritrovai dinanzi ad una piccola torre. Salii la scalinata di ferro battuto che gli girava attorno. Mi sentii nuovamente sbigottita da quel luogo incantato. Da lì, ammirai le altissime siepi, la grandezza dell'opera. Mentre contemplavo il paesaggio, ebbi la netta sensazione che stesse per accadere qualcosa. Come a Triora le mie gambe cedettero. Il mondo si stava dissolvendo...

Simona

Agata sta arrivando.




E io scrivo di getto...

domenica 2 giugno 2019

Nataša Cvijanović


Nataša Cvijanović nasce a Grado nel 1979, è una scrittrice, critica, studiosa e artista.

“Tempora d’Autunno”
A Cormòns, le verdi colline del Collio custodiscono un segreto dimenticato dalla storia: la sopravvivenza della Compagnia dei Benandanti e della Congrega delle streghe Dominule. Saranno i due giovani Benandanti Gabriel ed Emanuel Furlan e Diana Samer, la figlia della Somma Strega, a togliere i veli che ammantano le due comunità. La storia del loro incontro e della loro irresistibile attrazione è popolata da diversi personaggi che, in un intreccio di amori e verità nascoste, sveleranno rituali e usi degli uomini e delle donne che hanno convissuto con la magia e la medianità fin dalla notte dei tempi e che troveranno l’apice in Leonora Del Zotto, guaritrice e ultima erede di una stirpe di streghe, che ha abbandonato un’esistenza di privilegi per seguire il sentiero della Grande Madre, la prima Dea.
Di  Nataša Cvijanović conoscevo soprattutto i suoi post e le sue lettere (bellissime), sempre piene di entusiasmo e voglia di vivere. Ora conosco anche la sua scrittura, fatta di sfumature, approfondimento e bellezza.
“Tempora d’Autunno” è un piccolo gioiello. I personaggi sono messi a fuoco, ben amalgamati nel contesto che li circonda. La loro evoluzione è scandita dai capitoli, che con l’avvicinarsi della “Tempora”, diventano sempre più coinvolgenti. La narrazione è perfetta, elevata da un intreccio che, se paragonato agli scrittori del passato, fa di  Nataša Cvijanović la nuova Elizabeth Gaskell. In partenza, e mi scuserà la scrittrice, pensavo di trovarmi dinanzi al solito romanzo fantasy, con quei cliché ripetuti allo sfinimento, Nataša Cvijanović, invece, mi ha piacevolmente sorpresa. La sua scrittura non è mai banale.
Il libro, e lo dico da ex folclorista e cultrice de “i sei gradi di separazione”, è una vera e propria caccia al tesoro.
“… Secondo la tradizione contadina friulana gli eventi atmosferici violenti, come il temporale e la grandine, erano considerate robe di man mandade, ovvero provocati da mano cattiva, da entità negative, quasi sempre causati da streghe. Il cerchio di lame era una misura di contro-offesa e protezione che aveva il fine pratico di far scaricare su di esse eventuali lampi, anziché sulla casa, e quello magico di bandire le negatività…”
“… nel duomo di Sant’Adalberto, costruito nel XVIII secolo e noto ai cultori di misteri per la presenza di mummie nelle sue fondamenta. Purtroppo quelle sepolture erano state irreparabilmente danneggiate da un saccheggio avvenuto durante la Prima guerra mondiale. Da allora i sotterranei erano rimasti chiusi…”
“… intingerò queste calze nella grappa e le infilerò ai tuoi piedi insieme ad altre, in modo che l’acol faccia scendere la temperatura del tuo corpo. E’ un metodo antiquato usato dai contadini da secoli, ma funziona”.
“… Era benedante chi nasceva con la camicia, chi conservava un pezzo del proprio amnio attorno al collo per tutta la vita…”
“… secondo la leggenda queste sigarette vennero create nel XIX secolo dal giavanese Haji Jamahri per curare i suoi attacchi di ansia…”
“Fu la badessa tedesca Ildegarda di Bingen a riscoprire le proprietà rigenerative del farro” spiegò la signora, “così io ne prendo sempre qualche tazza la sera. I biscotti, invece, sono fatti di grano saraceno e zucchero di canna. Sono un toccasana per chi, come me, è minacciato dal diabete, perché questo tipo di grano abbassa la glicemia…”
“… era il febbraio 1647. Otto donne vennero arrestate tra la città e la periferia, accusate di aver partecipato a un sabba. Vennero trascinate nel castello di Vipulzano, vicino a Cormons. Fu il conte Mattia Della Torre a occuparsi della vicenda che, caso raro durante tutta la storia della Santa Inquisizione, eseguì tutto l’iter procedurale con l’ausilio di giudici laici. Fu un processo corto, durante il quale si decise che solo due delle accusate erano fattucchiere: Lucia e Antonia. Le altre imputate furono scarcerate, mentre le presunte streghe vennero giustiziate il primo aprile delle stesso anno. Decapitazione e rogo…”
Il vero cuore di Nataša Cvijanović è racchiuso nel capitolo 49, dove si nota l’amore che ha la scrittrice verso la letteratura e la cultura, sinonimi di bellezza e condivisione.
“… solo in quella stanza, infatti, sua madre non aveva l’ultima parola e la ragazza ne aveva approfittato per realizzar quella che, agli di chi la conosceva, era una follia. Aveva coperto ogni singola parete con scaffali di legno e non era rimasto neanche un piccolo spazio libero, tanti erano i volumi che negli anni era riuscita a raccogliere: tutti i manuali universitari e suoi appunti, tanto per cominciare. Diana era terrorizzata all’idea di dimenticarsi anche una singola materia studiata uno o due anni prima e spesso tornava al libro di riferimento per rinfrescarsi la memoria. In pochi riuscivano a capirla, ma per lei la spiegazione era semplice: adorava la letteratura, sognava di diventare professoressa e insegnare ad altri ragazzi quanta ricchezza fosse presente nei romanzi e, per farlo bene, era certa che fosse fondamentale imprimersi nella memoria quante più informazioni possibili…”
“Tempora d’Autunno” è un giallo “storico” dalle sfumature fantastiche: da leggere!
Un piccolo appunto, da “inventrice di racconti”:  i personaggi di Nataša Cvijanović hanno personalità e spessore. Sono risoluti come la scrittrice che li ha creati.

Altri libri di Nataša Cvijanović : “La dama e l’aquila”, “Il ricettario d Baba Ljuba” e “Tempora d’Autunno”.
Della stessa autrice ho letto: Il ricettario di Bana Ljuba
La mia recensione di “Il ricettario di Baba Ljuba”: qui
Il blog di Nataša Cvijanović : https://www.arteculturae.it/
Foto di: Nataša Cvijanović

mercoledì 13 febbraio 2019

Letture di Agata

Irlanda, dove il confine tra mito e realtà non è così netto.
Là dove l’acqua può diventare la più acerrima dei nemici e al contempo amica fidata, c’è chi racconta storie di selkie e di mondi nascosti.
Brennalyn ama ascoltarle, poiché sa che il suo destino è quello di tornare all’oceano che l’ha generata: ha le mani palmate, gli occhi e i capelli scuri come le donne-foca delle leggende. Tuttavia il paese diffida di lei, raccolta da Fergus la notte di Ognissanti quando era ancora in fasce. Divisa tra terra e acqua, Brennalyn desidera la libertà che solo il mare può darle.
Attraverso il pregiudizio, la superstizione e la solitudine, imparerà a conoscersi, accettando la pelle di foca che l’accompagna dalla nascita.




... Brennalyn non vedeva la candida lana: sotto il suo sguardo scorrevano i racconti che lei stessa inventava di ora in ora. I fili e i nodi diventavano allora rivoli d'acqua chiara, dai quali attingeva per stimolare la fantasia. Le sembrava di usare le onde del mare per intessere la sua storia, imprimendola sulla stoffa creata dai movimenti delle mani...”

Brennalyn raggiunge la libertà, e la propria consapevolezza, dopo una lunga serie di eventi.  La scrittrice Melania D'Alessandro narra, attraverso sentimenti ed emozioni, l'integrazione sociale della protagonista, ed è per questo motivo che “Pelle di foca” è un romanzo di formazione.
Potrebbe, per come è stato scritto, diventare un classico della letteratura. Ricorda, ma non per la storia, romanzi come “Anne of Green Gables” (Anna dai capelli rossi) di Lucy Maud Montgomery o The Secret Garden (Il giardino segreto) di Frances Hodgson Burnett.
E' un libro per tutti, che farei leggere a scuola. E' educativo, elegante, commovente e soprattutto ben scritto.
Spesso i romanzi di formazione non si esimono dal manifestare un certo conformismo, la scrittrice, invece, come nei classici della letteratura, racconta una storia dove non c'è un vero buono o un vero cattivo.
La peculiarità di Melania è quella di aver scritto un libro imbevuto di disegni (fatti dalla stessa autrice), leggende, fiabe, canzoni, superstizioni e tradizioni irlandesi. Per chi, come me, ama l'Irlanda il romanzo apre tante piccole porticine.

... A Samhain si onoravano i defunti e, come da tradizione, ogni anno i McNamara aggiungevano un posto in più a tavola, quello che sarebbe spettato a Maire, e preparavano insieme il Colcannon, il suo piatto preferito...”

Pelle di foca” è speciale perché è originale la persona che l'ha scritto, pur conoscendola appena, si riesce a intravedere la sua umanità.
Il finale è bellissimo.



Non essendo una “critica letteraria” mi spingo un po' in là, se mi consentite. Non sono di bocca buona, per quante cose legga non mi piace quasi nulla, e non dovrei, lo so, dirlo visto che ho scritto un libro. Cionondimeno, trovo che la scrittura di Melania D'Alessandro si avvicini a quella di Lois Lowry, ed è un grande complimento.


Della stessa autrice:
Sogni di Carta

L'arte di scrivere. Regole, tecniche e consigli di scrittura creativa
La città nascosta. Alla scoperta del mondo parallelo


Le foto, il video, il riassunto appartengono a Melania D'Alessandro

La critica è mia - SimonaEmme

Questo post lo troverete in tutti i miei spazi. Le cose belle meritano di essere pubblicizzate.

giovedì 31 gennaio 2019

Di Streghe...

Da "Oz"



Oggi sappiamo che in Europa, tra il 1450 e il 1750 circa, morirono più di 100000 persone, la maggior parte donne, accusate di stregoneria.

Molti inizierebbero a parlarvi di Dee e Madri, poiché secondo svariate versioni tutto ebbe inizio da lì, tuttavia, cercherò di essere alquanto breve, parlandovi di come l'uomo sia sempre stato affascinato dalla stregoneria. Ancora oggi i racconti pullulano di streghe e stregoni.

Immaginatevi di far parte di un piccolo gruppo di persone, ora immaginate che questo piccolo gruppo diventi un paese, poi una città, poi ancora una regione, una nazione ed infine un continente. Ecco l'essere umano, nella sua corsa verso la civiltà, ha combattuto nemici “immaginari”, emarginando i deboli, le donne e i “diversi” (le virgolette sono d'obbligo).

Gli studiosi della storia delle religioni sono concordi nel dire che la magia è un fenomeno comune.

Il cristianesimo, nei primi secoli della sua nascita, da subito condannò gli oracoli, i divinatori e i guaritori, ma a ben guardare Gesù di Nazareth fu accusato di stregoneria dai Farisei e i primi cristiani subirono la stessa accusa dai Romani.
Secondo il libro di Enoch, ufficialmente mai accettato dalla Chiesa, gli incantesimi e gli scongiuri furono insegnati agli uomini dagli angeli caduti, insieme alla conoscenza delle erbe, quindi c'è un legame tra Lucifero e la medicina.
Per farla breve, la magia è il collante di qualsiasi forma di religione, sebbene quando si parla di “magia” tutti pensano a bacchette magiche o a scope volanti. Un tempo a difesa contro la peste si usava indossare un frammento di reliquia.

Ildegarda di Bigen (1098-1179), poetessa, badessa, mistica e santa tedesca, nella sua summa medica “Cause e cure dell'infermità”, individuò le cause delle malattie affidandosi alle influenze lunari, astrali, all'utilizzo delle erbe e alla teoria umorale. Nella “Physica” classificò le erbe a seconda che fossero più o meno fredde. Progressivamente prese in considerazione le caratteristiche naturali alle quali aggiungeva legami con il soprannaturale. Ad esempio, se qualcuno era vittima di insania causate dal “cervello freddo” suggeriva di applicare sulla testa farina e polvere di bacche di alloro mescolate in acqua di cardo. La mistica tedesca si interessò alla contromagia, probabilmente influenzata dall'ambiente in cui viveva. Per combattere un sortilegio consigliava di bere l'acqua passata attraverso un legno di cipresso per nove giorni, avendo cura di recitare una formula: “io ti verso, acqua, attraverso questo foro, e questa forza virtuosa, in modo che tu possa scorrere dentro questa persona in cui sensi sono intrappolata”.

Inizialmente il Cristianesimo si trovò ad affrontare le eresie che spuntavano un po' ovunque. I “pagani”, a detta dei Cristiani, pretendevano di paragonare i loro poteri a quelli di Cristo, visto che Gesù aveva praticato esorcismi e guarigioni. Fino al XII secolo i santi svolsero un ruolo primario: guarivano i malati, praticavano esorcismi e facevano miracoli. Quando morivano, le loro reliquie continuavano il lavoro svolto fino a quel momento. La tradizione vuole che lo scontro tra i pagani e i santi sia violento: il santo brucia i templi; il pagano vuole uccidere il santo; Dio manifesta il suo potere con il miracolo. Nel 1320 papa Giovanni XXII estese il potere degli inquisitori, mentre Bernardo Gui aggiunse un altro capitolo dedicato alle streghe e agli indovini nel suo “Manuale dell'inquisitore”. Nel 1458 venne ridiscusso il “Canon Episcopi” dal domenicano Nicola Jacquier, il quale aveva scritto “Flagellum Haereticorum” (La frusta degli eretici). Per il domenicano le streghe si riunivano in vere e proprie sette, che andavano contro la Chiesa. Intorno al 1486 venne stampato il “Malleus Maleficarum” (Il martello delle streghe), il famoso testo della caccia contro le streghe, in cui si sottolinea l'inferiorità della donna. Le guerre civili, le carestie, la povertà e l'ignoranza incoraggiarono la caccia contro le presunte streghe. La maggior parte dei processi scoppiarono in Germania, Svizzera, Paesi Bassi e Francia.

Tralascio in questo post gli eventi drammatici e passo direttamente al “folclore”.

Nelle illustrazioni classiche troviamo la strega svolazzante nel cielo a cavallo di un bastone o una scopa. Quest'ultima, a detta degli studiosi, rappresenta il carattere femminile, sottolineando così il ruolo della donna tra le streghe. A detta di Jacques Brosse, in Europa, dove abbondavano le betulle, si legavano rametti di questa pianta (albero sacro agli sciamani), mentre nel sud si utilizzavano rami di ginestra, tanto che il vocabolo francese per indicare la scopa è “balai”, che deriva dal gaelico “banatlo” (ginestra). Nell'Inghilterra medioevale la scopa era considerata un oggetto femminile e quando una donna non era in casa la poneva fuori dalla porta; a Guardiola (Abruzzo) la strega non riusciva ad entrare se qualcuno rovesciava una scopa; in Valle Aurina (Alto Adige) il 15 agosto veniva confezionata una scopa con erbe aromatiche e fiori di campo e, una volta benedetta, si conservava per proteggersi dai temporali; nelle Marche, la notte di San Giovanni, la scopa di saggina veniva utilizzata per allontanare le streghe.

La bacchetta magica è entrata nell'immaginario della letteratura fantasy e viene usata soprattutto dai maghi e dalle fate. Anche le streghe sembra non siano rimaste immuni al suo fascino. Il vocabolo bacchetta deriva dal latino baculus o baculum (bastone) e quella delle fate dovrebbe essere priva di nodi. Il fuso utilizzato dalle parche, per determinare il destino, è un semplice bastoncino. La parola “fuso” deriva dalla radice da cui nasce fustis (bastone), radice che ha creato il vocabolo greco “phyo” (spuntare, far crescere).

Il calderone, secondo la tradizione popolare, è uno degli oggetti più usati dalla strega, ciò nonostante Margaret Murray ci ricorda che compare di rado nei processi per stregoneria. Nella mitologia celtica vi sono svariati calderoni magici e della rinascita. Un calderone celtico giunto fino a noi è quello di Gundestrup, trovato nel 1891 nel nord della Danimarca.

Il cappello della strega potrebbe nascere dalla precedente iconografia della fata medioevale, che indossava un copricapo a punta a forma di cono proveniente dalle Fiandre: Hennin. Alcuni ipotizzano che il cappello derivi dalla Dea Greca Hestia, Vesta per i Romani.

Se volessimo essere maliziosi il cappello a punta, la scopa o il forcone richiamano un'immagine fallica, quasi a sottolineare le azioni lussuriose di queste donne.

Fonti: "Acque Stregate" saggio del 2009 scritto dalla sottoscritta (fuori catalogo); "Parole, cose, guarigioni" di Paolo Galloni.

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lunedì 21 gennaio 2019

Del Racconto

The Morrigan by Karl Wennergren
Ogni volta che raccontiamo una storia non facciamo altro che allargare una mappa, quella dell’immaginazione.
Ogni racconto racchiude un mistero, un incontro, un’esperienza, un sogno, una speranza. I personaggi prendono vita quando leggiamo un testo o guardiamo un film, senza di noi rimarrebbero bloccati tra le pagine di un libro o sceneggiatura. Ammiriamo la luna e la raccontiamo, perché siamo suggestionati dalle parole. 
Abbiamo bisogno di comunicare all’altro i nostri sentimenti: paura, felicità, sorpresa. Da ragazza mi piacevano gli eroi appassionati e ribelli, tipici dei romanzi romantici, e i “racconti di fantasmi”. 
Ero affascinata dai cigolii e dalle sagome notturne. Se tornassi indietro non esiterei a studiare “letteratura gotica inglese” all’università. La mia vita è stata davvero, citando Eric Roth quello di “Forrest Gump”, come una scatola di cioccolatini (“la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”, cit.).


Molti non sanno, e non è un dramma, che il genere letterario “racconti di fantasmi” nasce nel settecento, quando era in voga “la Ragione”. In ogni caso, quello che più mi stupisce è che in Italia non abbiamo mai avuto un Poe, sebbene i primi scrittori inglesi del genere “gotico” si ispirassero proprio alle atmosfere italiane. Tra la seconda metà dell’ottocento e inizio novecento, alcuni autori italiani, come Luigi Gualdo, si sono cimentati nelle ghost story.
I generi “fantasy” o/e “gotico” risvegliano la nostra natura infantile. Prendete ad esempio “l’orrore”, è un sentimento dalle molteplici facce, che allontaniamo “nel mondo reale”, ma che molti ricercano nei fumetti, pellicole, libri. Spesso si tende a snobbare un certo tipo di letteratura, dimenticando che perfino Wilde, Maupassant, Pirandello, Zola ci hanno fatto assaporare l’inspiegabile “altrove”.
Leggiamo i libri che più ci piacciono o assomigliano. Talvolta lo facciamo per distrarci, per farci trasportare in altri luoghi e atmosfere. Alcuni libri ci insegnano qualcosa, altri ci fanno sognare, altri ancora ci donano spunti di viaggio e lettura.
Ancor prima della scrittura abbiamo creato favole, miti, leggende per spiegare l’inspiegabile, per “spaventarci”, per innamorarci. Abbiamo iniziato a scrivere la mappa dell’immaginazione e, tassello dopo tassello, oggi quella mappa è un universo di isole, stelle, costellazioni.
Se, ad esempio, prendiamo la mitologia norrena, troviamo storie di lupi e streghe. Per farvela semplice, nella foresta chiamata Foresta di Ferro, a est di Midgard, vive una strega. La vecchia strega genera dozzine di giganti e tutti hanno l’aspetto di lupi. Il Mana-garmr o Mánagarmr, il segugio della Luna, inghiottirà la luna, facendo spegnere il sole. A quel punto i venti si alzeranno ululando in ogni dove. Dai miti impariamo qualcosa in più sui nostri antenati, soprattutto accendiamo la luce dell’immaginazione. La “foresta di ferro” e “il segugio della Luna” risvegliano ricordi ancestrali, ed è lì che talvolta ci piace tornare.

“… Entrambi raccontavamo delle storie, ma Michael lo faceva parlando con le persone, perlustrando e scoprendo luoghi. Le mie narrazioni uscivano da un vecchio appartamento in affitto, prendevano vita soltanto quando venivano lette da qualcuno…” (da “Alla ricerca di Agata”, working in progress)

giovedì 17 gennaio 2019

Incontri



Incominciai a tenere un diario per il mio prossimo romanzo. Lessi intere pagine di segni premonitori, litanie e canti.


Talvolta inciampavo su tradizioni antiche come quelle di gettare sassolini in uno stagno o legare con 31 nodi del timo per poi seppellirlo a sette pollici di profondità.


Ogni storia inizia con un incontro e ogni incontro ci apre a nuove scoperte. 


Alla Ricerca

“Alla ricerca di Agata” fa parte di una trilogia sul “tempo”, non è una saga. “Racconto Gotico”, nella mia testa, ha tre versione e du...